FESTA DELLA LIBERAZIONE, IN PIAZZA XXV APRILE QUARTU OMAGGIA ANTONIO ATZORI

In occasione della ricorrenza del 25 Aprile, Festa della Liberazione, Quartu si è riunita in Piazza insieme ai propri rappresentanti istituzionali, l'Anpi, le associazioni ex combattentistiche e d'arma, il mondo della cultura e del volontariato e tanti cittadini desiderosi di rendere omaggio ai martiri della libertà e ai valori della Repubblica e della Democrazia. Durante la cerimonia in Piazza XXV Aprile, alla presenza del Sindaco Graziano Milia è stata inaugurata la nuova targa in memoria di Antonio, Atzori, resistente antifascista nato a Quartu Sant'Elena e deceduto nel campo di Mauthausen il 23 maggio 1944, poco prima della liberazione.

Data:
25 aprile 2024

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In occasione della ricorrenza del 25 Aprile, Festa della Liberazione, Quartu si è riunita in Piazza insieme ai propri rappresentanti istituzionali, l'Anpi, le associazioni ex combattentistiche e d'arma, il mondo della cultura e del volontariato e tanti cittadini desiderosi di rendere omaggio ai martiri della libertà e ai valori della Repubblica e della Democrazia. Durante la cerimonia in Piazza XXV Aprile, alla presenza del Sindaco Graziano Milia è stata inaugurata la nuova targa in memoria di Antonio, Atzori, resistente antifascista nato a Quartu Sant'Elena e deceduto nel campo di Mauthausen il 23 maggio 1944, poco prima della liberazione.

Si riporta di seguito l'intervento del Presidente dell'Anpi locale, Mimmia Fresu, tenuta durante le celebrazioni del 25 Aprile. Di seguito, la Biografia di Antonio Atzori, la cui figura è stata ricordata all'interno dell'Aula del Consiglio Comunale di Quartu Sant'Elena al termine dell'inaugurazione della targa a lui dedicata.

"Oggi celebriamo le donne e gli uomini che con il loro sacrificio hanno contribuito a liberare l’Italia dal nazifascismo, le donne e gli uomini della Resistenza partigiana che ci ha restituito libertà e democrazia, quella Resistenza che ha scritto la Costituzione, nostra via maestra di civiltà, giustizia, pace e solidarietà. Ma in questo 25 aprile prima di tutto dobbiamo unire le nostre voci alle tante che chiedono “pace”; pace di fronte all’alto rischio di una guerra globale; pace, dal fronte ucraino al Medio Oriente e un impegno diplomatico straordinario perché far tacere le armi è la prima condizione di negoziato. La pace che chiediamo non è la semplice cessazione del conflitto, ma quella governata dal principio di giustizia, che garantisce il diritto di indipendenza di ogni popolo e il rispetto della sovranità di ogni Stato. Quella pace nella cui quotidiana certezza l’Italia ha potuto prosperare, in libertà e democrazia, protetta dallo scudo robusto della Costituzione negli ultimi 79 anni, quelli passati dalla Liberazione. Questo fino ad ora, ma adesso dobbiamo tutti domandarci, di fronte agli sconvolgimenti mondiali in atto, se siamo ancora in grado di assicurare lo stesso futuro di pace ai nostri figli.

Oggi siamo qui per celebrare quanti combatterono e morirono per riportare quella pace nel Paese e insieme ad essa libertà e democrazia, ma non è una celebrazione sterile, rivolta solo al passato: ricordare oggi quella esperienza, di fronte agli orrori quotidiani deve significare non restare indifferenti, sentirci coinvolti, praticare ogni giorno lo spirito partigiano in difesa delle libertà democratiche in Italia e in Europa, dove sono pericolosamente riapparsi razzismo, antisemitismo e nostalgie fasciste, diversamente mascherate.

Quando nella società civile si allentano la tensione democratica e il valore della solidarietà, i fantasmi del passato riemergono dalla cloaca. Lo abbiamo già visto accadere, i fatti storici che oggi ricordiamo: le leggi razziali, le deportazioni, i campi di concentramento, tutte queste tragedie sono nate dalle parole d’odio, che allora molti non capirono, altri accettarono per fede, convenienza o vigliaccheria e soprattutto a cui troppo pochi si opposero.

Esse furono la radice velenosa di ciò che accadde dopo, complice una monarchia vigliacca e un governo debole e cieco: bande di delinquenti che indisturbati misero a ferro e fuoco le città, pianificate aggressioni con manganelli e olio di ricino, con coltelli, pistole, mitragliatrici e bombe, lasciando sul terreno vittime a centinaia, decine di migliaia di povera gente ferita, mutilata e umiliata, prefetture e intere città assediate; consigli comunali assaltati: da Bari a Belluno circa 300 comuni caduti, rappresentanti del popolo bastonati o uccisi; sedi di partito e organi di stampa dati alle fiamme; cooperative e sindacati sciolti e i loro rappresenti massacrati e uccisi fin dentro le loro case; giudici dei tribunali minacciati; oppositori politici uccisi o incarcerati. La presa del potere da parte dei fascisti fu un atto criminale che si fonda su una lunga serie di atti criminali.

Nessuno dei responsabili ha mai pagato, per i crimini del ventennio fascista non c’è mai stata una Norimberga italiana. È necessario ricordare tutto ciò, oggi che la destra - con qualche ministro con poca cultura – tenta di infangare il valore della Resistenza riesumando qualche singolo episodio di crudeltà e pretende scuse e sfida l’ANPI! La realtà dei fatti è che in Italia migliaia di fascisti, compresi gerarchi di alto livello non hanno mai subito un processo, anzi furono rimessi in libertà con l’insensata amnistia del giugno del 1946.

Vogliamo ricordare a qualche ministro di questo governo e a chi mistifica e provoca che in nessun altro Paese postfascista sono stati lasciati liberi o rimessi in libertà gli autori di omicidi; uno per tutti: Amerigo Dumini, uno degli assassini di Giacomo Matteotti, morì nel 1967 a 73 anni a casa sua, non in carcere.

La storia del fascismo ha lasciato una lunga scia di sangue, costellata com’è dalla sconfinata lista di omicidi delle sue bande. Si potrebbe andare avanti per giorni elencando i nomi delle vittime della violenza squadrista di quegli anni, potremmo raccontare di leggi razziali, di deportazioni, di confino, della tragedia bellica e colonialista: in Spagna, in Libia, in Etiopia, in Somalia, in Albania, Francia, Grecia, Jugoslavia e in Russia, una follia pagata con un prezzo altissimo: 350.000 militari e ufficiali caduti o dispersi; 45.000 deportati politici e razziali nei campi di sterminio; 640.000 internati militari nei lager tedeschi; 110.000 caduti nella Lotta di Liberazione in Italia e all’estero; migliaia di civili sepolti sotto le macerie dei bombardamenti.

Il ministro Sangiuliano chiede le nostre scuse per un episodio sul quale i responsabili hanno pagato: gli rispondiamo che non solo l’ANPI, ma è l’Italia democratica e antifascista che attende dai reduci culturali del fascismo, i nostalgici di quel ventennio criminale di tragedie e infamie, le loro scuse, un atto di pentimento: sono 79 anni che aspettiamo! Invece da tempo stiamo assistendo a un quotidiano tentativo di rimozione storica dei crimini nazifascisti, di riscrittura della storia, dai tentativi goffi e grotteschi, come un plotone di nazisti trasformato in una incanutita banda musicale dal presidente del Senato, ed altri episodi più subdoli e di lungo respiro.

Non siamo noi ad aver paura della storia, ne ha chi non la racconta tutta e fa falsificazione e propaganda, tutto pur di non condannare quel tragico ventennio, da cui non riesce ad affrancarsi il capo del governo; no, lei ancora non è riuscita a condannarlo il fascismo, mentre il suo partito intrattiene rapporti, anche istituzionali, con le frange estremiste della destra neofascista in Italia e in Europa. In questa enorme opera di rimozione si ricordano ormai a stento i caduti più illustri dell’antifascismo: Gramsci, Matteotti, Gobetti, Amendola, i fratelli Rosselli, i fratelli Cervi, don Minzoni, mentre sono finiti nell’oblio i nomi di migliaia e migliaia di assassinati dal fascismo. Dietro questo drappo che fra poco scopriremo, c’è uno di questi nomi rimasti anonimi per tanto tempo, un figlio di questa città, emigrato giovanissimo a Roma dove è stato vittima dello squadrismo ed ha conosciuto il confino; ha combattuto il nazifascismo nella Resistenza è stato deportato a Mauthausen e lì è morto: Antonio Atzori.

Oggi rendiamo onore a questa figura che ha sacrificato tutto: gli affetti e la sua stessa vita per dare all’Italia un futuro di libertà e democrazia. Dopo questa cerimonia, ci riuniremo nella sede del consiglio comunale, per un breve incontro a cui siete tutti invitati, per ricordare la storia di questo nostro martire della resistenza a cui intitoleremo la sezione ANPI di Quartu.

Tira una brutta aria nel nostro Paese, un clima maleodorante di autoritarismo; e mentre c’è chi riabilita la parola fascismo, viene deriso il pensiero antifascista; consigli comunali dedicano vie e piazze a gerarchi fascisti, mentre cittadini che gridano “W l’Italia antifascista” vengono identificati come sospetti. Ma proprio la lotta antifascista è l’origine storica, la radice di legittimità della nostra democrazia, senza di essa viene meno l’intero edificio giuridico del nostro vivere insieme, dello Stato, del concetto di Patria. l’ANPI lancia un appello alla società civile e democratica in difesa della Costituzione repubblicana, minacciata da una micidiale opera di devastazione, quella che il governo definisce “la madre di tutte le riforme”: premierato e autonomia differenziata. Con il premierato si uccidono la democrazia parlamentare e i poteri primari del Capo dello Stato; con l’autonomia differenziata si fa strame dell’art. 5 della Costituzione, si trasforma il paese da Stato indivisibile in un’accozzaglia di repubblichette regionali, si depotenzia la sovranità nazionale e i diritti di cittadinanza non saranno più uguali per tutti.

In questi tempi difficili, l’ANPI fa un appello in difesa del nostro ordinamento democratico, in difesa della pace, della libertà, dei diritti civili, della giustizia sociale, della lotta alla disoccupazione e alla povertà, della salvaguardia dell’ambiente, in difesa delle istituzioni repubblicane: ognuna e ognuno, partiti e associazioni democratiche, di fronte agli attacchi rivolti alla Carta costituzionale siamo chiamati alla cittadinanza attiva con lo spirito della Resistenza; nostra arma è la Costituzione e il potere di voto che essa ci ha consegnato. Un potere che 17 milioni di Italiani hanno smesso di usare, vera urgenza democratica per il Paese. L’ANPI è oggi nelle piazze per celebrare i martiri della Resistenza antifascista, ma celebrarli vuol dire anche richiamare la società civile e democratica, in particolare i giovani, a una nuova Resistenza in difesa della Costituzione repubblicana nata dalla lotta di Liberazione, un rinnovato impegno ad essere partigiani nel tempo presente.

Nei valori della Resistenza, più che mai vivi e necessari oggi, si rinnova lo spirito della lotta partigiana, perché libertà e democrazia non si conquistano una volta e per sempre, ma la libertà va custodita e la democrazia occorre servirla e difenderla giorno per giorno. Questo è il senso della nostra celebrazione del 25 aprile.

Viva la Resistenza antifascista, viva l’Italia libera e democratica. "

Mimmia Fresu, Presidente ANPI Sezione Quartu Sant'Elena

ANTONIO ATZORI, BIOGRAFIA E CENNI STORICI           

"La sezione ANPI di Quartu Sant’Elena, da circa un anno ha avviato una ricerca per creare un’anagrafe dell’antifascismo quartese: la ricerca di nomi, di figure distintesi prima e durante la Resistenza. Fino ad ora, attraverso gli archivi delle varie commissioni regionali dell’allora Ministero dell’Assistenza Post Bellica del Centro-Nord Italia, abbiamo reperito venti schede di persone nate a Quartu, civili ed ex militari cui è stato conferito il riconoscimento di Partigiano e di Patriota. Il nostro obbiettivo è quello di ricostruire per ogni nominativo la storia personale, così come è stato possibile ricostruire la vicenda partigiana e parentale di Antonio Atzori, grazie anche alla stretta collaborazione della direttrice della Biblioteca Goffredo Mameli, al Pigneto Roma, Arianna Roccoli; e della coordinatrice scientifica dell’Ecomuseo Casilino Duas Lauros, dott.ssa Stefania Ficcacci, in collaborazione con l’Associazione Arte e Memoria che ha curato la posa in opera delle pietre di inciampo della Capitale.

I nominativi di partigiani nati a Quartu finora raccolti:  Edmondo Ardu; Corrado Atzeni ed Efisio Atzeni; Antonio Atzori; Luigi Cabras; Raffaele Cois; Francesco Floris; Pietro Manca; Gina Natalini; Giuseppe Olla; Angelo Palestrini; Giosuè Patteri; Angelo Perra e Gioacchino Perra; Raimondo Pillai e Salvatore Pillai; Amedeo Piras; Luciano Sarritzu e Raimondo Sarritzu; Francesco Uda.

In questa ricerca contiamo di poter attivare forme di collaborazione con istituti scolastici, rinnoviamo, in questo senso, la richiesta all’assessore all’Istruzione e contiamo sulla sensibilità al tema delle e degli insegnati sul progetto: ricerca e costruzione anagrafe dell’antifascismo quartese e sulla toponomastica cittadina che si richiama alle figure della Resistenza, percorso per approdare al significato e i contenuti della Costituzione repubblicana.

ANTONIO ATZORI, figlio di Atzori Angelo di Agostino e Cocco Francesca di Girolamo.

Nato a Quartu Sant’Elena, in via Cagliari (la via non è certa), il 22 dicembre 1887; morto a Ebensee, uno dei 60 sottocampi di Mauthausen, il 23 maggio 1944; Il campo venne liberato da una divisione corazzata della 3ª Armata dell'esercito americano il 7 maggio 1945, un giorno prima di quello di Mauthausen.

Antonio Atzori iniziò a lavorare come ferroviere e dopo la prima guerra mondiale si trasferisce a Roma, in via Caltanisetta, quartiere Pigneto; Ha 24 anni quando si sposa nel comune di Roma, con Quintina Pettinelli.

Nel 1922 per le sua attività antifascista e per gli scioperi a cui prendeva parte e che contribuiva ad organizzare, venne licenziato dalle ferrovie e si adattò a lavorare saltuariamente come manovale per mantenere la sua famiglia: moglie e tre figli. 

Nel 1926 si trasferisce in via Ascoli Piceno 18, dove la sua famiglia vi rimase fino a metà degli anni ’50. Antonio Atzori, nel suo quartiere è un antifascista riconosciuto e tenuto sotto controllo da parte della polizia che regolarmente lo arresta in occasione di ricorrenze celebrate dal regime come quella del 28 ottobre, o di giornate particolarmente delicate come la visita di Hitler a Roma.

Antonio viene continuamente tormentato, come per l’episodio del ponticello di legno della ferrovia di circonvallazione Casilina, quando oltre ad essere derubato dei suoi averi da una squadraccia fascista, rischiò anche di essere buttato sui binari. Successivamente si trovò coinvolto in un litigio con un noto fascista della zona, in una trattoria di via Ascoli Piceno, a seguito di un brindisi in cui augurava la morte di Mussolini. Per punizione venne condannato al confino per cinque mesi e solo grazie alla solidarietà del quartiere la famiglia riuscì a sopravvivere dignitosamente.

Quella di Antonio Atzori è una famiglia di antifascisti, con i figli Bruno e Mario forma un gruppo appartenente alle Brigate Garibaldi VI zona; il suo gruppo, di cui facevano parte Assunto Orienti, Teodoro Morgia, Fioro Evangelisti, e Angelo Cesaroni, si riuniva in clandestinità in via Montecuccoli, al Pigneto.                   

Dopo l’8 settembre del 1943 l’azione persecutoria nei loro confronti si aggrava; il 19 dicembre Antonio Atzori venne arrestato a casa sua e tre giorni dopo fu portato a Regina Coeli a disposizione dell’ufficio politico della Questura, perché considerato un pericoloso sovversivo.

All’Alba del 4 gennaio del 1944 vennero chiamati con precisi elenchi più di trecento detenuti politici, insieme ad Antonio Atzori anche Ferdinando Persiani e Fernando Nuccitelli; gli fecero credere che sarebbero stati rimessi in libertà, ma riottenute le loro cose vennero messi in catene e caricati su camion coperti e portati alla stazione Tiburtina.

Li tennero rinchiusi per ore in un ricovero antiaereo e poi caricati in carri bestiame. Molti familiari, venuti a conoscenza del fatto, corsero ai binari affiancando i vagoni sigillati, fra urla di disperazione e per cercare almeno di salutare i loro cari, ma vennero respinti con violenza dai militari e dalle SS.

Dopo tre giorni di viaggio i prigionieri arrivarono a Dachau dove vennero consegnati ai tedeschi e rinchiusi in un campo di internamento. Rimasero per giorni rinchiusi nella sala docce del campo, continuamente minacciati e terrorizzati dai Kapò. Gli stessi agenti italiani a cui affidano i loro messaggi alle famiglie in cambio di soldi, li scortano fino alla città di Mauthausen dove il Reich aveva posto i lager destinati, secondo il decreto del 1 gennaio 1941, “per detenuti con gravi pendenze penali”…”per detenuti per motivi di pubblica sicurezza, che possono a malapena essere rieducati”. Spogliati e selezionati vengono rasati in ogni parte del corpo, vestiti tutti uguali in casacca e mutande; l’unica cosa che li distingue è un numero da imparare presto a memoria. Antonio Atzori venne immatricolato con il numero 41990. Nel frattempo, dopo l’arresto del padre, il figlio, Bruno, riesce fortunosamente a salvarsi da una retata; la sorella piccola, Maria, con sangue freddo distoglie l’attenzione dei fascisti mentre Bruno, riesce a scappare dalla finestra; Mario, il figlio più piccolo, insieme alla madre, venne in seguito sequestrato da alcuni elementi della banda Koch, imprigionati per alcuni giorni nella pensione Iaccarino riescono a uscirne vivi e senza aver parlato seppure sotto tortura. Antonio Atzori muore nel complesso di Ebensee, un sottocampo di Mauthausen il 23 maggio 1944, uno dei campi più duri in cui si lavorava in condizioni estreme, concepito per la costruzione di tunnel sotterranei a fini bellici, la fabbrica delle famigerate U2.

La famiglia, per lungo tempo, ignorava della sorte del proprio congiunto. Soltanto a guerra finita, appresero dai pochi sopravvissuti della sorte di Antonio. C’è una epigrafe posta dai figli e dai compagni dell’allora PCI su cui è scritto: qui visse e cospirò, Antonio Atzori, operaio, antifascista patriota combattente per le libertà popolari sopportò fieramente le persecuzioni, deportato morì a Mauthausen retaggio ed esempio per gli uomini liberi e onesti, Una pietra di inciampo lo ricorda in via Ascoli Piceno 18 davanti alla casa dove visse con la sua famiglia; nella biblioteca Goffredo Mameli in via del Pigneto 22, la sala studio è stata dedicata ad Antonio Atzori con una targa in memoria della sua lotta antifascista.

Nell’ottantesimo della Liberazione, oggi la citta di Quartu Sant’Elena ha reso onore ad Antonio Atzori, un figlio di questa città, un martire della lotta contro il nazifascismo, un esempio di dedizione ai valori di libertà, di giustizia, di democrazia.

L’Anpi di Quartu Sant’Elena, unitamente alla struttura provinciale, propongono agli iscritti ANPI l’intitolazione della sezione cittadina alla figura di Antonio Atzori; che da oggi assumerà la dicitura: ANPI sezione Antonio Atzori, Quartu Sant’Elena".    

Mimmia Fresu, Presidente ANPI Quartu Sant'Elena

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Ulteriori informazioni

Aggiornamento:
25/04/2024, 18:51

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